
di Fabio Massimo Nicosia*
L'egemonia della "sinistra" (rigorosamente da virgolettare) sul mondo dell'industria culturale in Italia e' fatto noto.
Basta visitare un "remainders" per rendersi conto della marea di libri inutili (lotta di classe in Nicaragua, prospettive della produzione in Angola, ecc.), che i vari Einaudi e Feltrinelli hanno sfornato negli ultimi venticinque anni. Altrettanto riconosciuta è la marginalità in tutti questi anni, anche per la subalternità del "liberalismo" ufficiale, della cultura non marxista e non "democratica" nel mercato editoriale.
Tale deprimente stato di cose fa si che siano da noi quasi totalmente sconosciuti i filoni più vitali del moderno pensiero liberale e libertario, occultando il loro possibile proporsi come radicale alternativa alle grigie ideologie dominanti, ravvivando con dosi di radicalità libertaria la tuttora incerta cultura politica delle forze politiche anti-stataliste e anti-burocratiche.
Ci riferiamo qui in particolare a un originale filone di pensiero, giunto ormai da decenni a maturazione negli Stati Uniti, denominato libertarianism o, più specificamente, anarchocapitalism.
Benché non si tratti in senso stretto di un sistema (sennò che libertarismo sarebbe?), sorprende l'organicità di un pensiero, il quale, muovendo dai diritti inviolabili di proprietà dell'individuo, giunge a implicazioni conseguenti in ogni campo: economia, giustizia e sicurezza, tutela dell'ambiente, ecc.
Il tutto con una freschezza e una vivacità, oltre che in termini francamente affascinanti, da suggerire di proporre con forza il pensiero libertarian non solo come criterio di giudizio della bontà delle scelte di governo, ma anche come strumento che, nel proporre soluzioni pratiche, è in grado, al contempo, di "farci sognare".
Il più noto libertarian e anarco-capitalista contemporaneo è Murray Rothbard, morto a 68 anni il 7 gennajo 1995. Economista, filosofo morale, politico e del diritto, allievo del grande economista della scuola liberale austriaca von Mises, ha scritto diversi saggi e trattati, i più noti dei quali sono Man Economy and State (1962), Power and Market (1969), For A New Liberty -The Libertarian Manifesto (1973), nonchè The Ethics of Liberty (1982), tradotto dalla casa ed. Liberilibri di Macerata. La sua produzione è vastissima, e comprende saggi sui cicli economici, sulla moneta, sul fisco, ecc.
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L'APPUNTO DELLA DOMENICA
di Leonardo Facco
In questo paese – dove ho già avuto modo di dire che serve più coraggio per restare che per andarsene – non solo la libertà, e nella fattispecie i diritti individuali, viene calpestata. Ancor peggio – non sono io a dirlo, semmai ne ridò l'ennesima conferma – è la cultura liberale in genere che non ha patria. Quanto accaduto sui campi di Giorgio Fidenato (calpestati e distrutti da un manipolo di parassiti) ha evidenziato un florilegio della peggio barbarie collettivista sia nelle opere che nelle parole, che non a caso definisco da tempo nazi-comunista.
Che i vandali di cui sopra siano illiberali, però, non è difficile dimostrarlo e darlo ad intendere anche a chi ha solo un barlume di buon senso. Diverso è far intendere alla pubblica opinione che anche i loro amichetti della “task-force anti-ogm” ad esempio, non sono da meno, anzi peggio, dato che essi rappresentano la polvere da sparo che innesca la pallottola che esce dalla canna del fucile collettivista. Ancora oggi, nonostante i campi di mais adiacenti a quelli di Fidenato risultino (in base alle verifiche ministeriali) privi di commistione (su 30 prove 15 hanno dato zero come risultato ed altre 15 sono al di sotto dello 0,9% previsto dalla direttiva europea), essi raccontano le loro menzogne alla stampa, blaterando di contaminazione, termine che è costato loro una serie di denunce. Insomma, questi tiranni in pectore pretenderebbero di soggiogare ai loro voleri chi non la pensa come loro e, come sosteneva Oscar Wilde, essi sono gli egoisti che prentendono che gli altri facciano ciò che loro vogliono!
La mancanza di una cultura liberale, assai di più, la si nota ancora oggi a due anni di distanza dal crollo di Lehman Brothers. Oggi, sul Corriere della Sera si continua ad insistere sui guasti del mercato, che sarebbe la causa scatenante del mezzo-crack che stiamo vivendo. E' tutto un dar colpe a “mercati senza regole”, “profitti ad ogni costo”, “liberismo sfrenato”. Bugie, enormi bugie che piacciono alle pance degli utili idioti che compongono le masse dei lettori. Così, sul Corrierone si chiama in causa un banchiere centrale americano per fargli dire che le industrie di Stato sono quelle che meglio si stanno comportando in questi primi mesi del 2010, soprattutto in Cina e in Brasile. La sintesi è la solita: lo statalismo è meglio della libertà!
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di David B. Kopel e Michael S. Brown
Cosa hanno in comune pistole, droghe e alcol? Tutte queste cose sono facilmente trasportabili, tenute in gran conto da alcuni, disprezzate da altri e se ne può fare abuso. Ognuna di esse è stata o è oggetto di sanzioni sociali. Sulla soglia del nuovo millennio, con un nuovo presidente che promette di ridurre i danni inintenzionalmente causati dal governo, è giunta l'ora che l'America impari alcune lezioni sugli effetti del proibizionismo. Un esperimento, grande quanto folle, di proibizione dell'alcol venne messo in pratica dal 1920 al 1933. I tremendi risultati sono ben documentati. Lì nacque la malavita organizzata nella sua forma moderna. Una cultura del bere basata sul vino e sulla birra venne rimpiazzata da un'altra fondata su gin e altri liquori pesanti. Il numero di omicidi volò alle stelle, così come la corruzione nella polizia. Le intercettazioni divennero una nuova tecnica di mantenimento dell'ordine pubblico e le corti inventarono scuse grazie alle quali era possibile per la polizia aggirare il quarto emendamento. La guerriglia tra bande dovuta alla proibizione dell'alcol generò la richiesta di restrizioni ai diritti garantiti dal secondo emendamento. Gli sforzi tesi a eliminare le pistole non ebbero successo, ma il possesso di mitragliatrici venne reso più arduo dal National Firearms Act. Fino ad allora, gli americani potevano liberamente comprare, vendere e possedere mitragliatrici. Così era stato nei sette decenni precedenti, e questo apparentemente non aveva causato alcun problema prima che l'alcol fosse proibito.
La proibizione della droga, che ebbe origine nel 1911 con l'Harrison Narcotics Act, prosegue ancora oggi e fornisce un eccellente esempio di come funziona il proibizionismo nei tempi moderni. In nome della tutela della gente, la guerra alla droga ha portato a un ingigantimento dei poteri del governo in molti campi. La separazione, una volta insormontabile, tra polizia e forze armate si è sgretolata. Le nostre prigioni sono strapiene di persone condannate per crimini legati alla droga, ma ottenere droghe è più facile che mai. Nuovi termini come "perquisizione delle cavità corporee", "ingresso senza bussare", "racial profiling" e "fermati e salta" sono entrati nel nostro vocabolario. Il termine "guerra" alla droga non è una semplice metafora, ora che le squadre speciali (che vennero originariamente create per liberare ostaggi) eseguono nottetempo raid mortali in casa di innocenti e il numero di persone assassinate nel nome della "guerra alla droga" continua a crescere. Naturalmente, nessuno dei dipendenti del governo responsabili degli omicidi ha ricevuto nulla più che un buffetto sulla guancia. E i raid proseguono giorno dopo giorno, grazie alle bugie o alla memoria malata di qualche tossicodipendente, criminale violento e altri "informatori confidenziali" che vengono pagati per fornire dei capi d'accusa che vengono raramente verificati prima che le squadre speciali irrompano dalla finestra. Le norme sulla confisca dei beni, intanto, hanno trasformato il lavoro della polizia in una specie di pirateria legalizzata. Le leggi che consentono alle forze dell'ordine di tenere per sé i beni sequestrati spesso contribuiscono a scegliere gli obiettivi dei raid antidroga. Difficilmente una giurisdizione richiede che una persona sia di provata colpevolezza perché il governo possa requisire i suoi averi. La corruzione della polizia è un problema costante. Le bande criminali si sono sviluppate grazie alla proibizione della droga, esattamente come fecero negli anni venti. Contrabbandieri e gangster letteralmente devono il proprio sostentamento alla guerra alle droghe.
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di Jefferson Davis (presidente della Confederazione, 22 febbraio 1862)
Concittadini,
in questo giorno anniversario della nascita dell'uomo che per lo più si identifica con la istituzione dell'Indipendenza Americana, e sotto il monumento eretto per commemorare le sue eroiche virtù e quelle dei suoi compatrioti, noi ci siamo riuniti per annunziare il sorgere di un governo permanente negli Stati confederati. Per suo mezzo e con l'aiuto della Divina Provvidenza, noi speriamo di rendere eterni i principi fissati dai nostri padri della Rivoluzione. Il giorno, il ricordo e lo scopo mi sembrano opportunamente uniti...
Quando il lungo processo di una legislazione di classe, intesa non al benessere generale, ma all'ingrandimento della parte settentrionale dell'Unione, culminò in una guerra alle istituzioni interne degli Stati meridionali, quando il dogma di un partito settario, sostituitosi alle disposizioni dello strumento costituzionale, minacciò di distruggere i diritti sovrani degli Stati, sei di tali Stati, ritiratisi dall'Unione, si unirono in una confederazione per esercitare il loro diritto ed assolvere il loro dovere di istituire un governo che avrebbe meglio assicurato quelle libertà per la conservazione delle quali l'Unione era stata fondata.
Qualunque speranza alcuni possano avere accarezzata che un rinnovato senso di giustizia avrebbe rimosso il pericolo dal quale i nostri diritti erano minacciati, e avrebbe reso possibile conservare l'Unione della Costituzione, dev'essere stata dissipata dalla malvagità e la barbarie degli Stati Nordisti nel continuare la guerra. La fiducia dei più ottimisti tra di noi deve considerarsi distrutta dal disprezzo che di recente essi hanno manifestato per tutti i baluardi di libertà civile e religiosa che furono consacrati dal tempo. Fortezze piene di prigionieri, arrestati senza un processo civile o senza le prove di un indizio; il diritto dell'habeas corpus sospeso dal potere esecutivo; una Legislatura di Stato dominata dall'imprigionamento di membri i cui dichiarati principi indicavano al Potere Esecutivo Federale che un altro Stato si sarebbe aggiunto alla lista degli altri gia ritiratisi; elezioni tenute sotto la minaccia del potere militare; funzionari civili, pacifici cittadini, uomini e donne, incarcerati per le loro opinioni, tutto proclama l'incapacità di quelli che furono nostri colleghi ad amministrare un regime libero ed umano come quello che fu stabilito per il nostro benessere comune.
Come prova della sincerità del nostro intento di mantenere le nostre antiche istituzioni, noi possiamo indicare la costituzione della Confederazione e le leggi promulgate sotto la sua egida, così come il fatto che pur attraverso tutte le necessità di una lotta impari, non c'è stato da parte nostra alcun atto inteso a menomare la libertà personale o la libertà di parola, di pensiero e di stampa. Le corti sono state aperte, le funzioni giudiziarie pienamente svolte, ed ogni diritto del pacifico cittadino osservato come se nessuna guerra di invasione avesse disturbato il paese.
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di Leonardo Facco
Sergio Marini, il presidente della Coldiretti, è un vero “quaquaraquà”, per dirla con Leonardo Sciascia. Ogni volta che i media lo hanno invitato a confrontarsi con Giorgio Fidenato se l'è sempre data a gambe, evitando il confronto. Un italiano, o padano, vero!
Eppure, Marini non perde occasione per rilasciare alle agenzie di stampa dichiarazioni a raffica sulla questione della semina del mais ogm, inanellando – di volta in volta – le peggio castronerie condite di qualche luogo comune. Anche ieri, ha aperto la bocca, dando aria al palato: “Bisogna fare molta attenzione quando si parla di miglioramento genetico e di Ogm perché un conto è la selezione naturale aiutata dall'uomo secondo le leggi di Mendel e un conto sono gli Ogm”. Fantastico: ora sappiamo che l'agricoltura del futuro deve puntare sul frate biologo dell'Ottocento. Fatto sta che con le parole di cui sopra il Malthus dell'agricoltura assistita ha commentato la dichiarazione del ministro delle Politiche Agricole, Giancarlo Galan, sull'origine del pomodoro pachino, che pochi sanno essere un'invenzione di laboratorio israeliana, successivamente importata in Italia. Farlo sapere dà un sacco di fastidio a Marini, che ha prontamente aggiunto: “Si genera una confusione che non fa altro che distruggere il valore e la distintività del nostro Made in Italy agroalimentare che è l'unica arma che abbiamo per competere sui mercati nazionali ed internazionali, a meno che il pensiero liberale non ci illumini con idee migliori che aspettiamo da decenni”.
Marini è un mentitore e sa di esserlo ovviamente. Da quando, il 25 aprile scorso, il Movimento Libertario ed Agricoltori Federati hanno piantato il Mon810, “mister Coldiretti” s'è visto ricacciare in gola una dopo l'altra le affermazioni catastrofiste rilasciate a ruota libera alla stampa.
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di Mario Vargas LLosa
Le dichiarazioni contro la globalizzazione e a favore dell'identità culturale rivelano una concezione statica della cultura che non ha basi storiche. Quale cultura è mai rimasta identica e immutata nel tempo? Per trovarne una dobbiamo cercare fra le piccole, primitive comunità magico-religiose che vivono nelle caverne, venerano il tuono e le bestie e, causa del loro primitivismo, diventano sempre più vulnerabili allo sfruttamento e allo sterminio. Tutte le altre culture, in particolare quelle che hanno il diritto di essere definite moderne e vive, si sono evolute al punto di essere solo un remoto riflesso di quello che erano solo due o tre generazioni prima. Questa evoluzione è evidente in paesi come la Francia, la Spagna e l'Inghilterra, dove i cambiamenti nell'ultimo mezzo secolo sono stati così straordinari e profondi che un Marcel Proust, un Federico Garcìa Llorca o una Virginia Woolf a malapena oggi riconoscerebbero le società nelle quali erano nati, quelle società che le loro opere contribuirono molto a rinnovare.
Il concetto di "identità culturale" è pericoloso. Da un punto di vista sociale rappresenta semplicemente un dubbio concetto artificiale, ma da una prospettiva politica minaccia la più preziosa conquista dell'umanità: la libertà. Non nego che le persone che parlano la stessa lingua, sono nate e vivono nello stesso territorio, affrontano gli stessi problemi e praticano la stessa religione e gli stessi costumi, abbiano caratteristiche comuni. Ma quel denominatore collettivo non può mai definire pienamente ciascuna di loro e si limita ad eliminare o a relegare ad uno sdegnoso secondo piano la somma degli attributi e delle caratteristiche uniche che differenziano un membro di un gruppo da un altro. Il concetto di identità, se non è usato in una scala esclusivamente individualistica, è per sua natura riduttivo e disumanizzante, un'astrazione collettivistica e ideologica di tutto quello che di originale e creativo c'è nell'essere umano, in tutto quello che non è stato imposto dall'eredità, dalla geografia o dalla pressione sociale. La vera identità, piuttosto, nasce dalla capacità degli esseri umani di resistere a queste influenze e di contrastarle con libere azioni di loro invenzione.
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