
di Leonardo Facco
Ieri, abbiamo scoperto che “le sentenze non sono uguali per tutti”! In Italia, paese in cui la commedia dell’assurdo assume risvolti tragicomici, ci sono sempre quelli più uguali degli altri, come per i maiali di Orwell.
Di cosa parliamo? Del caso dei tre sindacalisti della FIOM (il sindacato comunista) che sono stati reintegrati nella fabbrica FIAT di Melfi dalla sentenza di un giudice. Sentenza peraltro provvisoria, visto che sul verdetto pende un ricorso.
Ciononostante, da Napolitano in giù è iniziato il balletto delle dichiarazioni contro Marchionne, l’amministratore delegato del gruppo automobilistico torinese. “Bisogna rimettersi all’autorità giudiziaria”, ha tuonato il presidente della Repubblica. Il ministro dei Trasporti Altero Matteoli, idem: “Le sentenze vanno rispettate anche quando non fanno piacere. Se il nostro Paese è uno Stato di diritto non lo può essere a fasi alterne. Qui c'è una sentenza e la sentenza deve essere rispettata”. A questi due alti papaveri delle istituzioni si sono aggiunti in molti, dai “moderatissimi Bonanni ed Angeletti”, fino ai tromboni mediatici che presidiano il fortino collettivista.
Non è questa la sede, però, per copia incollare le dichiarazioni che abbiamo sentito e letto tra ieri ed oggi. Lasciano il tempo che trovano. A noi vien da mettere in risalto l’ennesima contraddizione a cui siam costretti ad assistere. Come al solito, in Italia vigono i due pesi e le due misure.
La domanda delle “cento pistole” è: perché la sentenza che riguarda i tre sindacalisti della Fiat (sul cui comportamento anti-aziendale non mi pare si siano levate urla di sdegno di Napolitano) deve essere rispettata mentre, al contrario, quella che riguarda la semina di mais ogm, con attore Silvano Dalla Libera, è solo carta straccia? Ancora: per quale motivo il verdetto di un giudice del lavoro è da prendere come oro colato, mentre quella emessa dal Consiglio di Stato (supremo giudice amministrativo italiano) va rigettata?
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di Sergio Ricossa
Cinquant' anni fa mi pareva sufficiente dichiararmi, a richiesta, liberale einaudiano. Allora esisteva pure un partito liberale italiano, al quale credo di essere stato iscritto e del quale ho perso le tracce. L'ingenuità della giovinezza mi impediva di pensare che la libertà fosse più stuprata delle donne e che il suo stupro fosse il più impunito dei delitti; mi impediva di pensare che il voto democratico fosse, il più delle volte, fra le forme più truffaldine di abuso contro gli elettori. A poco a poco mi convinsi che c'era da vergognarsi a portare l'etichetta di liberale, ed era mortificante precisare: liberale einaudiano. Il fatto era che il povero Luigi Einaudi, sconsolato scrittore confesso di "prediche inutili", riceveva omaggi informali soprattutto da coloro che in politica si impegnavano a realizzare il contrario delle sue idee. Scoprii che Luigi Einaudi era stato eletto presidente della Repubblica da partiti che desideravano sbarazzarsi di lui: "promuovere per rimuovere" (si sapeva che egli sarebbe stato un presidente neutrale).
Oggi mi pare di intuire che, se l'Italia beatificherà un Einaudi, non sarà il padre Luigi, bensì il figlio Giulio, filocomunista, recentemente scomparso. Quanto ai partiti, mi resi conto che era tempo perduto bazzicarli, se non si mirava a una carriera politica redditizia al proprio portafogli e al proprio gusto di potere. Trovai le etichette dei partiti spudoratamente ingannevoli, nella pessima democrazia italiana. All'estero, poco meglio. I liberal anglosassoni non sono, o non sono più, della mia famiglia. Negli Stati Uniti scovai un Libertarian Party, anarco-individualista (all'incirca), e interessante perché parecchi suoi simpatizzanti consigliano di astenersi dal votarlo. Infatti essi consigliano di astenersi dal votare qualunque partito.
Un partito libertario è una contraddizione in termini. Lotta per il potere allo scopo di non esercitarlo. Cerca di impossessarsi dello stato per sopprimerlo. Si organizza per disfare ogni organizzazione in nome dell'anarchia. Al massimo, un partito libertario può essere, per coerenza, un centro di informazioni sull'anarco-individualismo: uno dei tanti centri del genere, perché l'anarco-individualismo non ha un pensiero unico. È pensiero aperto, con una evoluzione ramificata in sempre nuove varianti.
Ovviamente, fra queste varianti non c'è l'anarco-collettivismo della tradizione europea continentale, e tanto meno l'anarco-terrorismo, le cui bombe fanno stragi di innocenti. Sono però ammissibili altre varianti vecchie e nuove, a scelta. Se si ammette che gli individui sono diversi (ciascuno unico), si deve concedere che ognuno sia anarchico a modo suo. Wendy McElroy ha scritto: "Come scelta personale, la prostituzione non è uno stile di vita che vorrei mai intraprendere o consigliare. (Ma) come femminista non posso tralasciare le voci di donne che dicono che vogliono davvero lavorare come prostitute più di quanto possa tralasciare le voci di donne che dicono che sono state forzate ad assumere quello stile di vita e ne sono state danneggiate. (Sovente) il sesso nel quale sono coinvolte le prostitute è più onesto, aperto e decente di quello praticato dal presidente degli Stati Uniti". Si può condannare moralmente quanto noi giudichiamo un vizio, e tuttavia chiederne la libertà di esercizio, se esso non offende diritti altrui. Si può e si deve. E se all'opposto ciò offende diritti altrui?
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di Sergio Bartolommei
La distruzione di un campo di pannocchie in Friuli è stata sostenuta da un argomento che è diventato un po’ il cavallo di battaglia degli avversari del transgenico: gli Ogm minacciano «l’identità agroalimentare italiana», «la nostra agricoltura non si tocca», «l’identità dei prodotti tipici non è in svendita». L’argomento legittima una sorta di neo-autarchia agricola evocatrice di altri e discutibili appelli a italici “primati” e autosufficienze. Gli resta forse un fascino retorico, ma è razionalmente insostenibile. Il concetto di “identità agricola nazionale” è vago o vuoto. Non è chiaro in che senso pomodori, zucchine e melanzane tipici della cosiddetta dieta mediterranea possano essere espressione di una presunta “italianità”: ne abbiamo importato (e adattato) i primi esemplari e ne stiamo importando anche i discendenti. Molti se non tutti questi prodotti sono frutto di un secolo di incroci e mutagenesi sui semi e nessuna indignazione nè richiesta di bando hanno mai fatto seguito alle modifiche per mezzo di tecniche genetiche più tradizionali, comprese le radiazioni nucleari e i raggi gamma.
Va peraltro detto che solo un pregiudizio antiscientifico, radicato - questo sì! - nella tradizione nazionale, potrebbe farci trascurare che proprio facendo leva sulle mutazioni genetiche (anche su quelle indotte per transgenesi) oggi potremmo trovare una soluzione per salvaguardare anche le “tipicità”, come il pomodoro San Marzano o il riso Carnaroli, minacciati di estinzione da virus, funghi e insetti. Sempre da un punto di vista pratico occorre non dimenticare che da piante geneticamente modificate deriva ormai più del 70% della dose giornaliera di mais e soia presente nel mangime degli animali destinati alla produzione di prosciutti, carne, latte, formaggi, compresi i prodotti pregiati (dal Parmigiano Reggiano al prosciutto San Daniele) coi quali si alimenta la maggioranza degli italiani.
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In the Fields of Italy, a Conflict Over Corn
By ELISABETH ROSENTHAL
Published: August 23, 201
VIVARO, Italy — Giorgio Fidenato declared war on the Italian government and environmental groups in April with a news conference and a YouTube video, which showed him poking six genetically modified corn seeds into Italian soil.
Nadia Shira Cohen for The New York Times
Last week, Giorgio Fidenato, who had planted genetically modified corn, stood amid stalks that had been trampled by antiglobalization activists.
Nadia Shira Cohen for The New York Times
An ear of corn infested with corn borers. A modified variety is meant to counteract the pest.
In fact, said Mr. Fidenato, 49, an agronomist, he planted two fields of genetically modified corn. But since “corn looks like corn,” as he put it, it took his opponents weeks to find his crop.
The seeds, known as MON810, are modified so that the corn produces a chemical that kills the larvae of the corn borer, a devastating pest. Yet while European Union rules allow this particular seed to be planted, Italy requires farmers to get special permission for any genetically modified, or G.M., crop — and the Agriculture Ministry never said yes.
“We had no choice but to engage in civil disobedience — these seeds are legal in Europe,” said Mr. Fidenato, who has repeatedly applied for permission, adding that he drew more inspiration from Ron Paul than Gandhi.
The World Trade Organization says that general bans on genetically modified crops constitute an unfair trade barrier, because there is no scientific basis for exclusion. But four years after a W.T.O. panel ruled that European Union policies constituted an illegal “de facto moratorium” on the planting of genetically modified seeds, some farmers, like Mr. Fidenato, and seed producers like Monsanto complain that Europe still has not really opened its doors.
It is true that a small but growing number of European countries, including Spain, Portugal and Germany, now allow some cultivation of genetically modified crops. But only two genetically modified seeds (MON810 and the Amflora potato seed) out of dozens on the global market have made it through the European Commission’s laborious approval process, a prerequisite for use.
What is more, some areas of Europe have declared themselves “G.M.O.-free zones,” or free of genetically modified organisms. France, Austria and Germany specifically ban MON810, saying they believe that it could harm local crops. In Italy, a Kafkaesque approval process in which the Agriculture Ministry has never established the requirements for success, makes genetically modified crops a nonstarter.
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di Leonardo Facco
Dopo i circoli della libertà, i partiti della libertà, i promotori della libertà, ora arrivano le squadre della libertà che qualche opinionista, visto l'assist offertogli, ha ricordato richiamare un po' troppo le squadracce di fascistissima memoria. Come diceva il professor Ricossa – profeta inascoltato – la libertà è la più stuprata delle donne (anche quando s'incarna sotto forma di complemento di specificazione) e il suo stupro il più impunito dei delitti.
In Italia, per farla breve, siamo circondati da una marea di cialtroni della libertà!
Ci sono a destra, a sinistra, al centro. Sono il passato, il presente e soprattutto il futuro d'Italia, ancor di più quando a parlare di tempi che verranno è un tale Gianfranco Fini, l'incarnazione del peggio parassitismo di patriottica matrice.
Fateci caso: tutti i liberali (gli stupratori della libertà) sono anche democraticissimi (per inciso noi libertari non lo siamo), come se la democrazia fosse un dogma paragonabile al principio di Archimede. Impossibile dimostrare il contrario! Per costoro, la democrazia politica va considerata il punto di arrivo della storia umana: quel non plus ultra che segna il compimento dell’umana ricerca di un ordine giusto, in grado di tutelare le libertà individuali e assicurare a tutti pace e sicurezza. Un tabù indiscutibile insomma, che appartiene a quel nulla pneumatico che è Umberto Bossi sino al “sessualmente corretto” Niki Vendola.
La qualifica di “anti-democratico” è ormai una parolaccia da affibbiarti anche se sostieni che un dipendente fannullone va cacciato ipso-facto. Non importa se ricordi loro che è stata la democrazia di Weimer che ha predisposto quell’apparato di cui il nazionalsocialismo, nel 1933, si impadronì, come ha ben scritto Hans Hermann Hoppe.
E a difendere 'ste robacce ci sono quei partitanti succhiasoldi e ladri alla cui corte corrono anche liberalucoli imberbi pronti a far cassa coi soldi dei contribuenti, ovviamente. Il tutto blaterando qua e là di abbassamenti di tasse e burocrazie da smussare.
Ancora Hoppe: dove la democrazia si rafforza, la libertà si indebolisce cari amici miei. E lo stiamo pagando sulla nostra pelle. Ma il rincoglionimento a suon di “libertà urlata” pare non avere fine, grazie soprattutto a quel parafernale mediatico che ha le redazioni zeppe di una pletora “di ignoranti quando va bene”, le parole sono di un tale Ostellino, non mie!
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 25 Agosto 2010 10:08)
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di Margherita Paglia
C’era una volta il libretto rosso, che era una specie di "Capitale" versione portatile: pensieri e note di Mao, a tempi del Sessantotto e della contestazione, spuntavano dai taschini degli studenti in rivolta, e stavano in bella mostra sugli scaffali delle famiglie per bene. Adesso che il comunismo ha segnato il passo (perlomeno, noi ci speriamo), sta alle correnti di pensiero rimaste in piedi, quelle che si sono salvate dall'Hiroshima delle ideologie, dare alle stampe qualcosa di analogo. Sì, un libretto, non rosso s'intende, dove trovino spazio voci e intonazioni diverse, ma capaci di cantare in coro i modi e le forme della libertà. Diciamo un libretto blu.
E proprio un "libretto blu" (Edizioni Leonardo Facco) raccoglie i contributi emersi in un convegno organizzato anni fa dal Centro Italiano Documentazione Azione Studi di Torino. Il titolo è "L'insopportabile peso dello Stato", il che è già una programma, meglio: una promessa. Pienamente mantenuta pagina dopo pagina. A cominciare dalla bella testimonianza di Sergio Ricossa ("Al di là del liberismo"), che del libro e di chi l’ha scritto è un po' il manifesto. Ricossa rilancia con fierezza il valore di un "anticomunismo viscerale" che non scivoli però né in un conservatorismo a senso unico, né in un liberalismo alle vongole. L'economista torinese è diventato il primus-inter-pares dei "pazzi libertari, fieri della propria follia". Che consiste in nient'altro se non in questo: "Noi non siamo al governo e mai ci saremo. Siamo contro il potere politico, ogni potere politico. Non abbiamo un governo-ombra, non abbiamo un programma di governo alternativo. Noi abbaiamo contro ogni governo".
Non a caso Natale Molari, presidente del centro studi torinese, ha voluto premettere al volume un "memento": si tratta di un brano tratto da una conferenza di James M. Buchanan, Premio Nobel per l’economia, tenuta al CIDAS alcuni anni orsono. Anche Buchanan, studioso di rango ma lontano dai toni anarchicheggianti di un Ricossa, nota come si arrivi a un punto dopo il quale diventa difficile sopportare il peso dello Stato. "Un conto è essere tassati al 10, un altro al 90 per cento": c'è un limite oltre il quale si è autorizzati a parlare di schiavitù. Ma quello, pur autorevolissimo, di Buchanan non è l'unico contributo internazionale e di rilievo che impreziosisce il volume.
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