
adnKronos
Roma, 17 ago. - (Adnkronos) - "E' la dimostrazione che la coesistenza si puo' fare. Io ho seminato piu' tardi rispetto ai miei vicini e cosi' la commistione non e' avvenuta". A parlare e' l'agricoltore friulano, Giorgio Fidenato, che lo scorso 25 aprile ha seminato un terreno con mais ogm, commentando con l'Adnkronos la notizia che i campi vicini e confinanti coltivati a quello di Vivaro, (in provincia di Pordenone), non sarebbero stati contaminati, secondo quanto emerge dai primi risultati delle analisi condotte su alcuni campioni, su mandato della procura di Pordenone che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda.
Fidenato, il cui campo di 3.300 mq e' stato distrutto da un gruppo di attivisti il 9 agosto scorso, spiega l'escamotage adottato per fare in modo che la "commistione non avvenga. Mi e' bastato seminare piu' tardi, una tecnica semplice, indicata anche dalla Unione europea - continua Fidenato che e' anche agronomo - in modo che quando e' iniziata la fioritura del mio mais, quello dei vicini era gia' stato impollinato, il budello apollinico era chiuso e quindi non poteva essere fecondato di nuovo. La convivenza dunque e' possibile - dice soddisfatto - gli altri appezzamenti stavano a 15 - 20 metri dal mio, basta parlarsi tra coltivatori. I politici non dovrebbero entrare in queste questioni, noi abbiamo denunciato tra gli altri, il presidente del Veneto Luca Zaia e l'assessore all'Agricoltura del Friuli Venezia Giulia Claudio Violino" ricorda Fidenato che non nasconde poi la sua rabbia per la devastazione del suo campo da parte di un gruppo di attivisti che definisce "banditi".
Fidenato tiene a precisare inoltre che "bisogna parlare di 'commistione' come dice la stessa Unione europea nella delibera e non di 'contaminazione' e soprattutto che la commistione implica solo aspetti economici e non sanitari e ambientali".
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di Leonardo Facco
SBUGIARDATI I "NAZI-COMUNISTI" DALLE ANALISI DEL MINISTERO!
Roma, 17 ago. - (Adnkronos) - I campi di mais coltivati, confinanti e vicini a quelli di Vivaro, in provincia di Pordenone, non sarebbero stati contaminati da ogm. Al contrario di quanto avvenuto nel campo seminato da Giorgio Fidenato che è risultato effettivamente coltivato a mais ogm. Sono questi, a quanto apprende l'Adnkronos, i primi risultati sui campioni analizzati dall'Istituto zooprofilattico sperimentale dell'Umbria e delle Marche, sezione di Fermo, prelevati dal Corpo forestale dello Stato su indicazione della procura di Pordenone che sul caso ha aperto un'indagine. I risultati delle analisi sarebbero stati inviati alla procura di Pordenone!
E' BASTATO SEMINARE CON QUALCHE GIORNO DI SFASAMENTO ED ECCO I RISULTATI. SBUGIARDATI I VARI ZAIA, VIOLINO E COMPAGNIA DEVASTANTE!
IL MOVIMENTO LIBERTARIO CHIEDE LE IMMEDIATE DIMISSIONI DI ZAIA, VIOLINO E MANZATO, OLTRE A TUTTI GLI ALTRI POLITICANTI CHE HANNO SPESO PAROLE INUTILI E FALSE, CREANDO PANICO E PAURE INGIUSTIFICATE. A QUESTO PUNTO PRETENDIAMO LE SCUSE!
Ultimo aggiornamento (Martedì 17 Agosto 2010 16:31)
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RILETTURE
di Alberto Mingardi
Il Parlamento Mondiale è cominciato con il primo attimo del mondo e continuerà quando saremo polvere. Non c'è luogo in cui non si trovi. Il Parlamento è i Caledoni che sconfissero le legioni dei Cesari. Il Parlamento è Giobbe nel letamaio e Cristo sulla Croce»: così Alejandro Glencoe conclude e riapre nello stesso tempo l'esperienza del "Parlamento Mondiale" in uno splendido racconto di Jorge Luis Borges, l'Omero di Buenos Aires. Novella da ripensare in un'epoca in cui due risultano essere le parole-chiave: mondialismo e globalizzazione, entrate di prepotenza nel linguaggio comune, spesso confuse ed erroneamente ritenute sinonimi.
Nel dimostrare l'inutilità e la presunzione inevitabilmente insita nel tentativo di creare un unico organismo govemativo su scala planetaria (quell'insieme di sforzi che possiamo definire "mondialismo"), Borges non perse giustamente l'occasione per lodare il vero "Parlamento" mondiale: ovvero i singoli individui che, anche nel più totale anonimato, interagendo compongono quell'incontrollabile mosaico che è la storia. Il Parlamento Mondiale, dice il narratore argentino per bocca dei suoi personaggi, c'è già: siamo noi che con tutti i nostri atti, perfino i più semplici, finiamo per rappresentare l'unico governo "giusto" che possa esistere sulla Terra, ovvero quello di un individuo su se stesso. Auto governo, questo, perfettamente in accordo con quelli che sono invece i principi della globalizzazione: un fenomeno con caratterisfiche pressochè opposte, che propone non la centralizzazione di tutto il potere in un unico Stato, ma anzi lo smantellamento progressivo di tutti i vecchi Stati-Nazione, tramite la cancellazione delle dogane e l'abbattimento di ogni sorta di dazio. Con l'ovvia conseguenza di dare spazio a nuove realtà ancora tutte da scoprire.
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 18 Agosto 2010 09:01)
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di Leonardo Facco
«Dimenticate che la democrazia sia in grado di riformare sé stessa». Parola di Hans Hermann Hoppe, che ha spiegato per bene i guasti dei sistemi democratici e, peggio ancora, statalisti. Hoppe divide il suo ragionamento in tre parti. Innanzitutto, ha recuperato le idee che la Scuola austriaca dell’economia, da Mises ad Hayek, ci ha tramandato. Poi, ha messo sul banco degli imputati la democrazia americana, ovvero quella che molta gente vorrebbe adottare come esempio mondiale di governo. Infine, ha spiegato quali rimedi e quale strategia perseguire per mettere fine a cotanta illiberalità.
Partiamo proprio dal secondo punto, ovvero dal fatto che gli americani stessi sono convinti che il loro sistema politico sia quello migliore, quello che più di ogni altro limita l’azione dei governi. Nulla di più falso. Su questo punto il professor Hoppe è implacabile: «Gli Stati Uniti, che bene hanno fatto a secedere dalla Corona inglese, in questi due secoli di vita hanno, però, agito non certo per limitare il proprio governo nel rispetto delle libertà individuali, anzi. All’inizio del secolo, ad esempio, il governo federale incassava poco meno del 10% di imposte dai cittadini; oggi, ne rapina oltre il 43%, lasciando ai singoli Stati le briciole.
Ancora: gli Usa, che sono nati con l’idea jeffersoniana di difendere sé stessi dagli attacchi esterni, si sono invece trasformati in un Superstato imperialista, che ha suoi uomini in divisa sparsi in otre 100 paesi del mondo. Sul versante monetario, poi, il valore di un dollaro di oggi è lo stesso di quello che aveva un centesimo sessant’anni fa». Bel guadagno! Dunque? «Ebbene - spiega Hoppe - questi sono gli effetti perversi della democrazia, di chi si fa Stato e burocrate spiegando alla gente che l’intenzione loro è quella di pensare al bene comune. Un fallimento. In buona fede, ma pur sempre un fallimento». Del resto, stando a quanto detto dall’economista tedesco allievo di Rothbard, perchè mai le istituzioni democratiche, che non sono altro che appendici dello Stato, dovrebbero limitare il loro potere per difendere e preservare quello dei cittadini? Vero. Ma ciò significa, quindi, che non ci sono speranze?
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di Guglielmo Piombini
Non tutti i cristiani accettano Ia compatibilità tra i valori della propria morale e quelli del capitalismo liberale. Ancora meno sono coloro che accolgono la ben più radicale tesi che qui si cerca di dimostrare, e cioè che l'anarco-capitalismo è l'unica forma di organizzazione sociale con cui il cristianesimo non si trova in conflitto.
Per quanto la civiltà greca e romana avessero accolto concezioni filosofiche proto-liberali, concretizzatesi in istituzioni giuridiche rispettose dei diritti della persona, non si può negare che fu il cristianesimo ad introdurre, rispetto alle religioni precedenti, una fede di carattere fortemente individualistico. L' enfasi sulla salvezza individuale, l'uguaglianza di tutti gli uomini e la condanna della violenza rappresentarono altrettanti elementi a favore del riconoscimento dei diritti naturali dell'individuo in un universo in larga parte permeato da quegli opposti valori pagani, eroici e guerrieri, così rimpianti da Nietzsche.
Sappiamo che in realtà il cristianesimo fu, a differenza della dottrina libertaria fondata sui diritti naturali, un messaggio essenzialmente apolitico, mirante ad indicare non tanto ciò che l'autorità può o non può fare, quanto una filosofia di vita cui il buon cristiano si deve uniformare nei suoi comportamenti quotidiani. È certo comunque che la morale predicata da Gesù Cristo non può accettare come legittima, in nessun caso, l'aggressione contro la persona o i beni altrui.
Il rifiuto dell'uso della forza e il richiamo al pacifismo sono nelle parole di Cristo così radicali, che non solo viene condannato l'atto che dà inizio alla violenza, ma viene anche sconsigliato l'uso della forza come risposta ad una precedente aggressione, secondo il famoso precetto del "porgere l'altra guancia".
Qualsiasi forma di coercizione dell'uomo sull'uomo è quindi in contrasto con l'insegnamento evangelico, e anche l'aiuto ai più bisognosi, così enfatizzato dai cristiani, soggiace a questa regola, perché mai il Messia ha auspicato forme di assistenza che, invece di sgorgare dallo spontaneo sentimento di carità delle persone, si fondassero sull'uso della forza legale o extralegale: come la ridistribuzione forzata della ricchezza o la messa in comunione obbligatoria dei beni. Per questa ragione l'esistenza delle imposte, e quindi dello Stato stesso, molto difficilmente sembra accordarsi con la novella cristiana. Le imposte infatti violano in pieno il divieto di aggressione perché si fondano sulla minaccia di usare la violenza fisica contro i contribuenti, individui pacifici e per nulla aggressivi. Nel Vangelo secondo Matteo (17,24 ss.) compare un'interessante discussione tra Gesù e Simon-Pietro sulle tasse: arrivati a Cafarnao Gesù e i suoi discepoli vengono fermati dagli esattori, che chiedono loro l'imposta speciale dovuta da tutti gli israeliti adulti come contributo per la ricostruzione del tempio. Simone chiede a Gesù se è giusto soggiacere al pagamento della tassa. Gesù risponde: "I re della terra da chi esigono i tributi e le tasse? Dai loro sudditi o dagli stranieri sottomessi?". "Dagli stranieri", risponde Simone. "Allora noi che siamo sudditi - replica Gesù - non dovremo pagare questo tributo". Successivamente però Gesù per evitare noie decide di pagare, con una specie di miracolo, estraendo una moneta dalla bocca di un pesce appena pescato. Gesù avrebbe preferito evitare di sottostare all'estorsione, e ha escogitato lo strano pagamento solo per poter continuare la propria predicazione senza incidenti. L'episodio dimostra chiaramente che per Gesù le tasse non hanno alcuna giustificazione morale, e si pagano solo perché il conquistatore ha Ia forza di imporle al vinto.
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