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di Matteo Corsini
"La libertà ha, credo, due aspetti principali, che io chiamo libertà di realizzare opportunità e libertà di processo. Il primo riguarda ciò che siamo realmente liberi di fare e in grado di fare. Senza dover chiedere permesso. Anche se nessuno impedisce a un disoccupato o a una disoccupata di cercare un lavoro retribuito, potrebbe non essere in grado di trovarlo se l'economia va male e i posti di lavoro sono pochi. Quindi la visione cosiddetta “libertarista” della libertà è inadeguata. Il disoccupato può anche avere la libertà di trovarsi un lavoro, ma se il lavoro non c'è, gli viene tolto un aspetto rilevante della sua libertà: è la capacità di ottenere qualcosa che è molto ragionevole desiderare. Allo stresso modo, la povertà, la denutrizione, l'analfabetismo, l'assenza di accesso alla sanità sono esempi di violazioni della libertà di realizzare opportunità. Dobbiamo superare l'orizzonte limitato del libertarismo per rendere giustizia all'aspetto delle opportunità." (A. K. Sen)
Amartya Sen, già vincitore del premio Nobel per l'economia, gode di grande stima nel mondo accademico e politico italiano. Dicono sia liberale (d'altra parte lo dicono ormai di tutti gli economisti che non siano apertamente marxisti), ma di quei liberali che ritengono il mercato un cattivo ragazzo che va (ri)educato. Purtroppo il termine liberale, come osservava già Mises nel 1927 in “Liberalismo” è stato scippato dai liberals, che in effetti sono (nella migliore delle ipotesi) socialisti annacquati.
Sen critica il libertarismo da una prospettiva degna del peggior collettivismo. Generalmente il punto di partenza di chi ragiona come Sen è la constatazione che il mondo non è il giardino dell'Eden, quindi è necessario che lo Stato si prenda cura dei meno fortunati e crei per tutti il paradiso terrestre. Le parole che ho riportato a me sembrano suonare come il concetto della libertà dal bisogno che tutte le utopie collettiviste perseguono a parole, peraltro fallendo in fase realizzativa, con il risultato di limitare la libertà degli individui rendendo al tempo stesso tutti (tranne la stretta cerchia dei potenti e delle persone funzionali al mantenimento di tale potere) poveri.
Al di là della posizione libertaria contraria in modo assoluto alla violazione del principio di non aggressione, l'approccio appoggiato da Sen contiene in sé un principio che ritengo pericoloso, perché presuppone l'istituzione di una serie potenzialmente illimitata di diritti di natura squisitamente politica, fino al totale livellamento degli individui.
I libertari non sono contrari all'istituzione di questi diritti e al conseguente intervento redistributivo dello Stato perché vogliono che i disoccupati, gli affamati o gli analfabeti restino tali, bensì perché non ritengono giusto imporre ad alcuno dei sacrifici (ossia violazioni del loro diritto di proprietà) per favorire altre persone. L'autentica solidarietà non può essere imposta per legge, né imporla per legge è storicamente risultata essere la soluzione più efficiente, se si vuole prescindere dalle posizioni etiche sui fini per limitarsi a valutare l'efficienza dei mezzi.
Limitandosi all'esempio citato con più enfasi da Sen, come è possibile codificare un diritto ad avere un lavoro? E poi, quale lavoro? A quali condizioni?
Essere liberi non significa avere il diritto di ottenere ciò che si vuole, per quanto si tratti di qualcosa che è “ragionevole desiderare”. Ognuno ha un numero più o meno ampio di desideri “ragionevoli” che non riesce a soddisfare: se la soluzione fosse imporre un sacrificio agli altri per riuscire a realizzare il desiderio, si finirebbe per “realizzare opportunità” inevitabilmente a scapito altrui. Un concetto abbastanza strano di libertà, a mio parere.
 
Commenti (7)
AFORISMA
7 Martedì 07 Giugno 2011 18:17
LEO A.D. ML
La libertà non è una cosa che si possa dare; la libertà uno se la prende, e ciascuno è libero quanto vuole esserlo. (James Baldwin)
x Fabrizio
6 Martedì 07 Giugno 2011 17:14
Matteo C.
Nel pezzo non ho detto che sono contrario alla solidarietà, ma che sono contrario alla solidarietà imposta per legge. Non ho neppure detto che uno deve per forza vivere isolato, anche se credo dovrebbe essere suo diritto farlo. Non credo, peraltro, che affermare il diritto alla proprietà di se stessi e dei beni acquisiti mediante scambi volontari equivalga a volersi isolare dagli altri: per me significa semplicemente interagire con gli altri su base volontaria, non su base coercitiva. Chi, come il sottoscritto, è favorevole al libero mercato, non può essere contrario all’interazione con gli altri, perché non vi può essere mercato senza interazione.
Per venire più nello specifico alla sua domanda, suppongo che se mi trovassi in stato di necessità chiederei aiuto. In primo luogo alle persone a me più vicine e, se necessario, ad altri. Devo dirle onestamente che finora non mi è mai capitato di avere gravi problemi di salute o economici. Però mi è capitato di conoscere persone con problemi del genere, con atteggiamenti tuttavia diversi tra loro. Alcuni chiedevano aiuto, altri ritenevano di poter pretendere di ricevere aiuto. A differenza dei primi, sembrava che questi ultimi attribuissero genericamente agli altri la colpa dei loro problemi. Io sono più propenso a solidarizzare con i primi. Il che significa che voglio essere libero di aiutare chi mi pare, pagando per chi mi pare i servizi di cui non usufruisco (per usare parole sue). Grazie per le osservazioni.
Sulla solidarietà vera
5 Martedì 07 Giugno 2011 17:07
Per Fabrizio
Io credo che l'autore abbia risposto alla sua domanda quando ha affermato nel suo scritto: "L'autentica solidarietà non può essere imposta per legge, né imporla per legge è storicamente risultata essere la soluzione più efficiente." E che molti libertari siano a favore della solidarietà mi pare del tutto chiaro (altrimenti che esseri umani sarebbero?)
collaborazione
4 Martedì 07 Giugno 2011 16:19
FABRIZIO DALLA VILLA
faccio molta fatica a vedermi in una campana di vetro. Il fatto stesso che io legga ciò che avete scritto e risponda, significa che comunque sto collaborando, secondo le mie capacità e possibilità, ad una discussione. Quando voglio parlare di collaborazione, lo faccio prendendo ad esempio il mio corpo, che, per qualche strano scherzo della natura, non mi ha mai permesso di camminare correttamente, come invece accade per la maggior parte dell'umanità. Quindi, so a cosa porta la mancanza di collaborazione e non comprendo questo volersi isolare a tutti i costi, affermando il MIO lavoro, la MIA proprietà privata, ecc... senza considerare che ciò è possibile grazie anche al lavoro e alla proprietà privata altrui. Concordo con quanto affermato da Giuliana e vorrei invece chiedere all'articolista, come si comporterebbe se, per cause indipendenti dalla sua volontà, si trovasse a dover mendicare un tozzo di pane, oppure a dover spendere metà dello stipendio per cure sanitarie, e via di questo passo. Stiamo attenti ad affermare che non vogliamo sostenere spese per servizi di cui non usufruiamo. Potrebbe anche capitare di essere costretti ad usufruirne e di non avere i fondi necessari per far fronte a queste esigenze. Non ho mica chiesto io di essere privato per tutta la vita, della gioia di correre e saltare, o perlomeno camminare correttamente.
Aggiunta
3 Martedì 07 Giugno 2011 09:43
Nereo Villa
Aggiungo per Giuliana le seguenti parole di Steiner che mi sembrano molto vicine al suo pensiero: “[…] ciò cui si deve tendere, naturalmente non in maniera bolscevica ma ragionevole, è di separare il lavoro dal procacciamento dei mezzi di sussistenza […] Se non si viene remunerati per il proprio lavoro, il denaro, come mezzo di potere, perde il suo valore per il lavoro. Non vi è altro mezzo contro l'abuso che viene fatto col denaro, se non strutturando la società in modo che nessuno possa essere remunerato per il suo lavoro, affinché il procacciamento dei mezzi di sussistenza sia attuato in tutt'altra maniera. In tal modo non si potrà mai far sì che qualcuno venga costretto, mediante il denaro, a lavorare. […] In avvenire il denaro non dovrà essere un equivalente per la forza umana di lavoro, ma solo per la merce” (Rudolf Steiner, “Esigenze sociali dei tempi nuovi”, 2ª conf.).
Triarticolazione dei poteri sociali
2 Martedì 07 Giugno 2011 09:40
Nereo Villa
Condivido le affermazioni di Giuliana. Purtroppo sono sempre state le utopie collettiviste a parlare della libertà dal bisogno. Oggi però è il momento di coniugare la libertà economica con la solidarietà e quindi con la libertà dal bisogno senza per questo cadere ancora di più nello statalismo. Credo quindi che non si debba procedere in astratto con programmi politici favorevoli al concetto astratto di solidarietà (non esiste un solo programma politico che sia stato realmente attuato nella storia!) bensì mediante concretezza scientifico-spirituale della solidarietà (spero che non dia fastidio a qualcuno la parola “spirituale”, comunque va intesa come “immateriale”, cioè non meramente “fisico-minerale”). Per esempio, la solidarietà tra "il" tutto ed una parte non è lo stesso che la solidarietà fra "un" tutto ed una sua parte (cioè fra un partito considerato un tutto, o addirittura Dio, ed un tesserato; perché più che di solidarietà si parla qui di gregarismo, e precisamente di un gregarismo molto simile a quello dell’adagio “Proletari unitevi”, che sottintende: unitevi contro i non proletari nostri nemici!): ogni tipo di partitocratrica solidarietà esclude la solidarietà reale tra il tutto ed una sua parte, che l’idea della solidarietà esige nello spirito del tempo odierno. Insomma, la solidarietà nell'economia va vista NON all’antica come qualcosa di "buonistico" o di misticheggiante, bensì come conseguenza della moderna divisione del lavoro poggiante sul fatto che ogni individuo appartiene ad uno stesso organo del corpo sociale. Se si osserva spregiudicatamente la divisione del lavoro si vede che la solidarietà è realisticamente già in parte attuata, dato che ognuno lavora in realtà per gli altri. Chi lavora il campo per darmi il pane? Chi mi confeziona le scarpe, gli abiti, le cose che ho e quelle che non ho e che vorrei avere? Lavoriamo per gli altri. Chi se ne accorge, si accorge anche che il benessere non può essere diviso più di quanto non lo sia la divisione del lavoro. Ed in base a ciò dovremmo allora comportarci di conseguenza: se è vero che lavoriamo per tutti gli altri, cioè per tutto l’organismo sociale (secondo il principio della divisione del lavoro che dev’essere considerato un fatto di cui prendere atto) dovremmo aspettarci dall’organismo sociale, e non dal datore di lavoro Pinco Pallino, il compenso che ci permetta una vita dignitosa (in tal senso ho fatto mia l’idea steineriana della triarticolazione sociale). Chi per paura del domani non se ne accorge, e pensa solo a farsi i fatti suoi credendo di poter separare il proprio benessere da quello altrui, va solo incontro a carestie, dimostrando di non saper fare il proprio interesse. Perché il suo è un egoismo insano. Mi sembra che occorra invece un sano egoismo. Questo per quanto riguarda l’aspetto economico dell’organismo sociale (che è il primo - non in senso gerarchico di importanza - dei tre aspetti della triarticolazione dei poteri sociali). Invece la libertà può realizzarsi oggettivamente solo in quanto ricerca, apprendimento, cultura (secondo). Mentre l’uguaglianza si può attuare solo nel diritto (terzo).
Liberi di che?
1 Martedì 07 Giugno 2011 09:07
Giuliana
Le sottigliezze retoriche dei sofisti di professione distruggono da anni il libero pensiero.
Ogni uomo ha diritto DI LAVORARE è assolutamente vero! Cosa neppur lontanamente imparentata con l'aver diritto ad un lavoro.
Chiedere un posto di lavoro significa chiedere che un'altra persona ti paghi per fare qualcosa: come si può pensare che assomigli ad un diritto?
Ma il fatto che questo tranello retorico non sia smascherato da nessuna parte mi preoccupa: il rischio tipicamente europeo è che si finisca per dire semplicemente che nessuno ha diritto ad un posto di lavoro, cancellando con questo anche il diritto invece reale a lavorare. I primi lacci da eliminare sono tutti gli impedimenti all'iniziativa individuale, partendo dal basso. Ora come ora in Italia in nome del diritto al posto di lavoro è vietato di fatto lavorare in proprio senza essere irreggimentati. Se ad esempio voglio pagarmi la cena e per farlo mi metto a lustrare le scarpe sono assolutamente fuori legge. Dove è la mia partita IVA, l'iscrizione agli artigiani, il permesso per l'occupazione di suolo pubblico e la ricevuta dell'Inps? Questi sono diritti reali che lo stato calpesta in nome di diritti fittizi.

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1-denuncia querela contro Federica Ferrario (Greenpeace)

2-denuncia querela contro ignoti

3-esposto denuncia contro Zaia ed altri

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5-integrazione esposto denuncia Zaia, Scilipuoti, altri

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