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DAL SITO BRUNOLEONI.IT

DI Michael Shermer, autore di The Mind and The Market.

Se oggi c’è una donna che sta facendo uno spettacolare rientro in politica, che può legittimamente fregiarsi del titolo di “scheggia impazzita”, che è stata oggetto di parodie in una trasmissione televisiva di portata nazionale (I Simpson, ben due volte) e che sta davvero per scatenarsi, di sicuro non si tratta di Sarah Palin, della quale meno si parla, meglio è. Se la scelta dev’essere tra la Palin e la Barbie animata Carrie Prejean, che non è neppure in grado di replicare alle domande annacquate di Larry King, non è il caso che i conservatori alzino il livello del dibattito raccogliendosi intorno a una qualche donna che, nei loro ranghi, è dotata di una vera intelligenza? Che so, magari quell’ex-dirigente della Hewlett Packard che risponde al nome di Carly Fiorina e che sta per disputare il seggio di senatore di Barbara Boxer?

Ma in realtà sto pensando ad Ayn Rand che, a venticinque anni dalla scomparsa, avvenuta nel 1982, ha raggiunto un livello di notorietà mai ottenuto mentre era in vita. Magari è il classico caso di nemo propheta in patria (o in tempore suo), o forse la gente è semplicemente infuriata ed è in cerca di un implacabile tribuno come Ayn Rand al fine di riempire i Tea Parties di icastici slogan randiani come “Atlante si sta rivoltando”, “Chi è John Galt?” e il fighissimo “Mi chiamo Galt. John Galt”.

È una cosa che va contro il senso comune (e contro tutte le previsioni dei liberal-progressisti), ma le vendite dei romanzi di Ayn Rand hanno conosciuto un’impennata dopo il crollo del settore finanziario nel 2008. E questo a dispetto del fatto che Alan Greenspan (ex-seguace di Ayn Rand e Obiettivista “de noantri”) abbia elegantemente evitato di pronunciare il dovuto mea culpa. Attribuire la responsabilità della crisi finanziaria al “capitalismo di mercato” piuttosto che al suo tentativo di manipolare dall’alto l’economia equivale a riproporre la vecchia scusa così comune a Washington DC: «Certamente sono stati fatti degli errori (ma non da me)». Secondo un articolo di Bran Doherty pubblicato sul mensile libertario Reason, sulla base dei dati relativi alle vendite di libri riportati dal servizio Bookscan, che registra gli acquisti effettivi in libreria, nella settimana di fine agosto 2009, le vendite di Atlas Shrugged (“La rivolta di Atlante”) sono state superiori del 67 per cento rispetto ad un anno prima e del 117 per cento rispetto alla medesima settimana nel 2007. Secondo l’editore, la New American Library, nella prima metà del 2009 le vendite di Atlas Shrugged sono state superiori del 25 per cento alle vendite complessive di tutto il 2008. In effetti, alla fine del settembre 2009 le vendite di Atlas Shrugged avevano superato le 300.000 copie, facendolo entrare in gara per un posto nei 20 primi romanzi dell’anno. Un risultato di tutto rispetto per un romanzo di oltre mille pagine, pubblicato 52 anni fa e pieno zeppo di interminabili dissertazioni in tema di filosofia, metafisica, economia, politica e persino sesso e soldi.

Oggi si torna a parlare seriamente di un film o di una serie televisiva basata sul libro, e si dice che Angelina Jolie (fan di Ayn Rand) sia interessata a interpretare la parte di Dagny Taggert, l’eroina di Atlas Shrugged, mentre Charlize Theron avrebbe messo gli occhi sullo stesso ruolo per la serie televisiva (meglio non farsi illusioni, però: sento parlare di questi progetti fin dal 1976, quando ho letto Atlas Shrugged per la prima volta). Recentemente sono state pubblicate due nuove biografie di Ayn Rand: Ayn Rand and the World She Made, di Anne Heller e Goddess of the Market: Ayn Rand and the American Right, di Jennifer Burns. Entrambe le opere hanno ricevuto numerose recensioni favorevoli e sono ritenute studi equanimi e obiettivi della vita e dell’influenza di questa importante immigrata dalla Russia. Non ho letto il libro della Heller, ma mi si dice che tratteggi in modo eccellente le importanti influenze derivate dal retaggio culturale russo sulle idee di Ayn Rand. Ho invece letto attentamente il libro della Burns e l’ho trovato appassionante dall’inizio alla fine, ricco di nuovi punti di vista e illuminanti considerazioni che non si trovano nelle due precedenti biografie “ufficiali” prodotte da Barbara e Nathaniel Brandon verso la fine degli anni Ottanta e che rappresentano il pane quotidiano degli studiosi di Ayn Rand. La distanza temporale e ideologica rappresenta l’unica possibilità di produrre un minimo di analisi e di contesto e Jennifer Burns (che non è certamente una seguace dell’Obbiettivismo e non ha mai indossato, per quanto ne so, una spilla a forma di dollaro) situa la “dea del mercato” nella realtà concreta dei fatti, e non nelle astrazioni ideali.

L’aspetto che ho maggiormente ammirato dello studio della Burns consiste nella documentatissima analisi dell’inconfondibile influenza avuta da Ayn Rand nello sviluppo e nella condizione attuale della Destra americana. Cercare di capire la Destra senza prendere in considerazione Ayn Rand sarebbe impresa vana almeno tanto quanto cercare di capirla ignorando William F. Buckley, Barry Goldwater e Ronald Reagan. La sprezzante definizione di Ayn Rand (da parte tanto della destra quanto della sinistra) come di una sorta di chewing gum intellettuale per studentelli universitari non regge più ed è semplicemente falsa. Può essere vero che molti di noi (me compreso) hanno conosciuto per la prima volta Ayn Rand nei primi anni di università, ma d’altra parte quello è proprio il periodo della vita in cui si impara seriamente a conoscere la gran parte dei personaggi filosofici e letterari della storia. Perché mai, dunque, ciò dovrebbe squalificare Ayn Rand?

Naturalmente entrambe le biografie vengono (doverosamente) alle prese con la sordida e piccante vita personale, ma questo aspetto dovrebbe essere sempre preceduto dall’avvertimento: “La critica del fondatore di una scuola filosofica non deve, di per sé, costituire una negazione della validità di una qualsiasi parte di tale scuola”. Ho indagato questo aspetto in un saggio su sette e culti scritto nel 1993 per la rivista Skeptic, intitolato “The Unlikeliest Cult in History” (che può essere letto qui). Sir Isaac Newton era pressoché universalmente considerato un vecchio musone narcisista, misogino ed egocentrico, e tuttavia le sue teorie sulla natura della luce, della gravità e sulla struttura del cosmo rimangono ugualmente solide e non sarebbero più valide se Newton fosse stato un gentiluomo in odor di santità. La feroce critica del comunismo fatta da Ayn Rand può benissimo essere stata intensificata e animata dalle orribili esperienze sopportate dalla scrittrice e dalla sua famiglia sotto il brutale regime bolscevico in Russia (tra le quali la confisca dell’attività del padre), questa critica sarebbe altrettanto vera se fosse stata mossa da una contadinotta dello Iowa.

Qualche tempo fa ho tenuto una conferenza sul mio libro The Mind of the Market presso lo Hampden-Sydney College in Virginia, organizzata dal dipartimento di economia. In quell'occasione ho scoperto che il dipartimento segue la tradizione di acquistare per ogni anno accademico un numero di copie di The Fountainhead e di Atlas Shrugged bastante per tutte le matricole iscritte (per lo sgomento del corpo accademico liberal-progressista degli altri dipartimenti). Durante la mia permanenza ho fatto la conoscenza di Jennifer Dirmeyer, una docente di economia che sta preparando un articolo in cui esamina il carattere dei personaggi di Ayn Rand, che tipicamente sono personalità sopra le righe e dipinti a tinte forti. Qual è l’ingrediente di questi personaggi e delle loro vite che spinge la gente a leggere i romanzi di Ayn Rand e a raccomandarli tanto calorosamente ai loro conoscenti? Personalmente ritengo che, in quest’epoca postmoderna di relativismo e contestualizzazione morale Ayn Rand si erge a difesa di qualcosa in modo chiari, senza equivoci, senza riserve e con grande passione. I suoi personaggi sono brillanti esemplari di Homo Œconomicus all’ennesima potenza: übermensch ultra razionali, dediti alla massimizzazione della propria utilità e devoti della propria libertà di scelta. Ma l’attrattiva maggiore di Ayn Rand, secondo Jennifer Burns, è questa: «La Rand voleva che i propri libri fossero una specie di sacra scrittura e, a dispetto dell’accento ripetutamente posto sulla ragione, sono gli aspetti emotivi e psicologici dei suoi romanzi che li rendono immortali. La notizia della morte di Ayn Rand è decisamente prematura. Ancora per molti anni a venire Ayn Rand è destinata a rimanere quello che è sempre stata, ossia una fertile pietra di paragone dell’immaginazione americana».

Da True/Slant.com, 17 novembre 2009
 

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